Breve storia dell’Anatocismo Bancario

Il termine anatocismo deriva dal greco ( anà = di nuovo  tokòs = interessi ) e sta ad indicare il fenomeno della trasformazione degli interessi scaduti in capitale, che in quanto tale produce, a sua volta, ulteriori interessi.
L’anatocismo, dunque, ossia il calcolo degli interessi su interessi, cd. composti, deve essere distinto dall’interesse cd. semplice, ossia di quello dovuto quale corrispettivo del godimento che il debitore abbia della disponibilità del capitale per un determinato periodo di tempo.
Nel corso della storia l’anatocismo ha avuto vicende alterne. La legislazione babilonese e quella ebraica vietavano il pagamento degli interessi in caso di prestito di denaro. Tuttavia, della pratica dell’anatocismo se ne ritrova traccia presso gli antichi egizi, quindi presso i greci ed i romani, soprattutto a far data dal terzo secolo A.C., con l’espansione militare ed il conseguente sviluppo del commercio nel Mediterraneo. In seguito, la legislazione canonica vietò espressamente la capitalizzazione degli interessi su interessi, cioè l’anatocismo. Agli inizi dell’ottocento, poi, i  principali codici  europei legalizzarono la pratica degli interessi semplici, mentre il Codice Napoleonico del 1804 ammise espressamente l’anatocismo, ma solo in seguito alla maturazione di una annualità di interessi ed alla proposizione di domanda giudiziale al riguardo ovvero alla stipula di una specifica convenzione posteriore. Tale regola, attraverso una Legge del 1857 passò nel nostro codice civile del 1865, successivamente sostituito dal codice civile del 1942, ove l’anatocismo trova apposita regolamentazione nell’art.1283 codice civile, come si dirà tra poco.

Nella nostra legislazione

Nella nostra legislazione la storia dell’anatocismo bancario è caratterizzata da tappe particolarmente significative che qui di seguito elenchiamo :

1942: con Regio Decreto del 16 marzo 1942 n.262  viene approvato il Codice civile il cui art. 1283 regolamenta gli interessi scaduti e le modalità con cui questi possono produrre ulteriori interessi. Lo stesso, infatti, dispone che : “  In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

1952 – L’ABI prevede per le Banche gli interessi trimestrali
La capitalizzazione trimestrale è stata prevista per la prima volta dall’ ABI con effetto dal 1° gennaio 1952.
E’ a partire da questa data che gli istituti di credito hanno capitalizzano gli interessi debitori trimestralmente:  al 31 marzo, 30 Giugno, 30 Settembre e 31 Dicembre. Mentre per gli interessi a favore del cliente la capitalizzazione viene effettuato con cadenza annuale.

1992 – Norme sulla Trasparenza Bancaria
La  legge  17 febbraio 1992 n. 154, di poi confluita nel testo unico bancario di cui al D.Lgs. 1.settembre.1993, n. 385, costituisce il primo tentativo del legislatore di fornire una risposta  all’esigenza delle imprese e dei consumatori di ottenere maggiore chiarezza sui rapporti con gli istituti di credito sotto il profilo dei servizi e delle condizioni praticate.
La legge detta alle banche le norme su varie tematiche:

  • forma e contenuto dei contratti per operazioni e servizi;
  • modalità per eventuali integrazioni;
  • comunicazioni periodiche alla clientela;
  • percentuali di saggio d’interesse sia a debito che a credito;
  • costi di ogni singola operazione;
  • trasparenza in materia di fideiussioni rilasciate da terzi;
  • obblighi di pubblicità.

1993 – Testo Unico Bancario D. Lgs. n.385/93
Nei contratti di conto corrente fino all’entrata in vigore del Testo Unico Bancario (TUB) venivano usati dei modulari predisposti dalle Banche  e standardizzati dall’ ABI, l’organismo di coordinamento delle Banche. L’art. 7 delle norme bancarie uniformi  prevedeva che gli interessi debitori si uniformassero automaticamente agli “usi di piazza”.
Successivamente, però, l’art. 5 della L.154/1992, poi sostituito dall’art. 117 della L.385/93,  ha  introdotto il divieto di rinvio agli usi per la determinazione del saggio di interesse, introducendo il principio secondo cui,in caso di inosservanza della norma, si dovevano applicare, anziché quelli di piazza, gli interessi corrispondenti al tasso minimo per le operazioni attive o massimo (per le operazioni passive) dei B.O.T. annuali emessi nei dodici mesi antecedenti la stipula del contratto. In applicazione di tale legge la clausola “ uso piazza” è sparita dai modulari e gli interessi vengono stabiliti a priori in maniera espressa e modificati con una procedura che ne determina la conoscenza da parte del cliente.  Per i contratti stipulati dopo il 1993 pertanto non ci sono particolari problemi. Per i contratti stipulati precedentemente  all’entrata in vigore del nuovo regime, invece, la giurisprudenza è orientata in parte per l’applicazione dell’interesse legale, in parte per l’applicazione del criterio sostitutivo dell’art.117 T.U.B.

1996 – Legge 108 del 7-3-1996 Disposizioni in materia di Usura
Tale legge individua  un tasso limite oltre il quale gli interessi vengono sempre considerati usurai. Al Ministro del Tesoro viene demandata la pubblicazione trimestrale del limite d’usura. Il limite è stabilito nel tasso medio per operazioni similari risultante dall’ultima rilevazione pubblicato sulla Gazzetta ufficiale aumentato della metà. Per la verifica del rispetto della soglia di usura la legge dispone che si tenga conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito.
Le conseguenze dell’ usurarietà sono stabilite dall’art. 1815 c.c., come modificato dalla Legge n. 108/96, il quale prevede che qualora siano convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non è dovuto alcun interesse.
Il recente decreto Sviluppo del governo Berlusconi, n.70 del 13-5-2011, convertito nella Legge n.106 del 12-7-2011, ha modificato i criteri con cui individuare un interesse usurario introducendo il seguente limite (tasso soglia usura): tasso medio + 25% del tasso medio stesso + 4 punti percentuali fissi.
In buona sostanza, la soglia di usura viene ora calcolata aumentando il tasso medio (TGEM) di un quarto, cui si aggiunge un margine fisso di ulteriori 4 punti percentuali. In ogni caso, il Decreto in parola prevede che la differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a 8 punti percentuali.
Non avendo, però, tale norma carattere retroattivo, la sussistenza di interessi usurari per tutti i rapporti sorti in epoca anteriore, deve essere valutata con i  criteri di cui alla citata legge anti-usura.

1999– Sentenza 2374 del 20-05-1998 e 16-03-1999 Cassazione
L’anatocismo viene dichiarato illegittimo. La Banca non può capitalizzare ogni 3 mesi gli interessi debitori sulle somme prestate al cliente.

1999 – Decreto “SalvaBanche” del 4 Agosto 1999 n. 342 2000 – Delibera CICR 22-02-2000 entrata in vigore il 22-04-2000
Con il decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 342, viene modificato l’art. 120 del decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia): tale intervento introduce  il principio della eguale cadenza di capitalizzazione dei saldi attivi e passivi.
In particolare, il decreto di cui sopra ha demandato al CICR (Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio), che vi ha provveduto con Delibera 9.2.2000, la possibilità di introdurre la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori a condizione di reciprocità, cioè a condizione che anche gli interessi attivi (in favore del cliente) vengano capitalizzati con pari periodicità, ossia trimestralmente.
In altre parole, con la norma transitoria di cui sopra Detto Decreto si è tentata una sanatoria per il pregresso; si è tentato, cioè, di far salve le clausole di capitalizzazione trimestrale contenute nei contratti conclusi prima del 22.4.2000, ossia dell’entrata in vigore della citata Delibera (CICR 9.2.2000).
A fronte di tanto, invece, la giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione, oramai costante, ha stabilito l’inapplicabilità della Delibera in commento a rapporti instaurati in epoca anteriore alla sua entrata in vigore (22.4.2000), in tal modo confermando il principio della inapplicabilità dello ius superveniens (diritto sopravvenuto).
Pertanto, le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori contenute da contratti di epoca anteriore all’ indicata entrata in vigore della Delibera CICR 9.2.2000 erano e restano radicalmente nulle, con la conseguenza che il correntista potrà comunque agire per la ripetizione di tutte le somme illegittimamente pretese dalle banche ed a queste ultime indebitamente pagate, anche per il periodo successivo al 22.4.2000 in cui il rapporto è proseguito e, quindi, per l’intera durata di quest’ultimo.

2000 – Sentenza 425/2000 del 17-10-2000 Corte Costituzionale
La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità della norma contenuta dal terzo comma dell’art 25 del Decreto “Salvabanche” n.342, del 4 Agosto 1999.

2004 – Sentenza 21095/2004 del 4-11-2004 delle SS.UU. Civili della Cassazione
La Corte di Cassazione conferma che l’anatocismo è da considerarsi illegittimo anche prima della citata sentenza della Cassazione del 1999, con la quale la stessa cambiò l’orientamento della giurisprudenza in materia.

2010 – Sentenza 24418/2010 del 23.11 – 2-12-2010 delle SS.UU. Civili della Cassazione
Con tale sentenza, oltre ad affermare definitivamente il carattere decennale della prescrizione dell’azione di restituzione nei confronti delle banche, la Cassazione ha chiarito i criteri secondo cui può avvenire il rimborso degli interessi anatocistici illegittimamente pretesi e incassati dalle banche ed a queste ultime indebitamente versati dai correntisti.

2010 – Decreto Milleproroghe n.225/2010, del 29 dicembre 2010, art. 2 comma 61, convertito nella Legge n. 10 del 2011
Si tratta di un anomalo provvedimento normativo (peraltro, approvato al Senato con il ricorso alla fiducia) che rappresenta un tentativo di superare gli effetti della citata sentenza n. 24418/2010 emessa dalle Sezioni Unite della Cassazione in merito all’anatocismo e di precludere, quindi, agli utenti il recupero di quanto ingiustamente corrisposto alle banche.
Per effetto della citata norma, infatti, si può conseguire la restituzione degli interessi anatocistici solo per il decennio decorrente dalle singole annotazioni a debito del correntista.
Ogni giorno, però, si registra un nuovo rifiuto dai tribunali italiani per l’applicazione del citato decreto Milleproroghe sull’anatocismo: non solo la Corte d’Appello di Ancona, in data 03 marzo 2011, ha dichiarato l’inapplicabilità della norma sulla prescrizione in materia di anatocismo (introdotta dall’art. 2 comma 61 del d.l. 225/2010, convertito con legge 10/2011), ma in data 10 marzo 2011 il Tribunale di Benevento ha emesso un’ordinanza al fine di rimettere la questione della legittimità della norma alla Consulta della Corte Costituzionale, avendo rilevato la violazione di almeno 5 articoli costituzionali. Le previsioni degli esperti lasciano intravedere che il decreto in questione sarà dichiarato incostituzionale. Il prossimo 7 febbraio 2012 la Corte Costituzionale deciderà al riguardo.

Related posts